Stagione 2025/2026 | 24 febbraio 2026
UNA SCOMODA CIRCOSTANZA - CAUGHT STEALING
Titolo originale: Caught stealing
Regia:
Darren Aronofsky
Soggetto:
dal romanzo omonimo di Charlie Huston
Sceneggiatura:
Charlie Huston
Fotografia:
Matthew Libatique
Musiche:
Rob Simonsen, Idles
Montaggio:
Andrew Weisblum
Scenografia:
Mark Friedberg
Costumi:
Amy Westcott
Interpreti:
Austin Butler (Henry "Hank" Thompson), Regina King (detective Roman),
Zoë Kravitz (Yvonne), Matt Smith (Russ), Liev Schreiber (Lipa), Vincent
D'Onofrio (Shmully), Griffin Dunne (Paul), Bad Bunny (Colorado), Dominique
Silver (Lisa), Shaun O'Hagan (Spo), Action Bronson (Amtrak), Jake Bentley Young
(ragazzo del College), Kid Kitty Lawrence (Miss Kitty), Matt Smith (Russ),
George Abud (Duane), Mike Francesa (Mike - voce), Chris 'Mad Dog' Russo (Mad
Dog - voce), Nikita Kukushkin (Pavel), Yuri Kolokolnikov (Aleksei), D'Pharaoh
Woon-A-Tai (Dale), Will Brill (Jason), Oleg Prudius (Oleg), Tonic (Bud il gatto)
Produzione:
Jeremy Dawson, Dylan Golden, Ari Handel, Darren Aronofsky per Columbia
Pictures/Protozoa Pictures
Distribuzione:
Eagle Pictures
Durata:
108’
Origine:
U.S.A., 2025
Data uscita:
27 agosto 2025
Hank Thompson era una promessa del baseball al liceo che ora non può
più giocare. Nonostante questo, le cose sembrano andare bene: ha una splendida
ragazza, lavora come barista in un locale malfamato di New York, e la sua
squadra del cuore sta vivendo una sorprendente corsa al titolo. Quando il suo vicino
punk-rock Russ gli chiede di badare al suo gatto per qualche giorno, Hank si
ritrova improvvisamente coinvolto in una situazione complicata: un gruppo di
gangster decisamente pericolosi comincia a dargli la caccia.
Prendete la pallina da baseball di “Underworld” (1997) di Don DeLillo,
cimelio di una partita tra Giants e Dodgers, nonché trait d’union in un
imponente affresco di un’America residuale, letteralmente a pezzi; ponetela
nelle mani di Darren Aronofsky, che con “Una
scomoda circostanza - Caught Stealing” sterza verso un euforico,
inaspettato divertissement, dove lo sport e la tifoseria galleggiano nella New
York anni Novanta dell’era Giuliani, ancora trasandata e reietta, che negli
stridori di “tolleranza zero” inietta ombre sul nostro presente.
Dal romanzo “A tuo rischio e
pericolo“ di Charlie Huston. 1998, Lower East Side di Manhattan. Ignara vittima
di un intrigo crime schizoide, Hank (Austin Butler), più scapestrato alla
Thomas Pynchon che Cary Grant hitchcockiano, è un’ex promessa del baseball,
riciclatosi come barman dopo l’infortunio in un incidente stradale. Esuberante
everyman votato ai Giants e alle bevute, viene travolto, a causa di un colluso
vicino d’appartamento, in una guerriglia tra la mafia russa e quella ebraica,
dove un immancabile MacGuffin innesca un tour de force nella metropoli,
insidiata da twist di identità e pericolose alleanze. Dopo l’allucinato
microcosmo ecologista di “Mother!” e
il mastodontico naufragio intimistico di “The
Whale”, con “Una scomoda circostanza”
il regista newyorkese si inoltra in una riqualificazione (come quella dei
quartieri d’ambientazione) del suo cinema, che tuttavia non elude le sue ardite
cifre espressive, dall’affondo sanguigno nelle ferite esistenziali agli obliqui
eccessi drammaturgici, qui distillati in una personalissima deviazione, ludica
e catartica. Perché, a quasi trent’anni dall’esordio con “π - Il teorema del delirio”, affiora anche per Aronofsky la
sensibilità per una rifinitura d’opera più introspettiva e rievocativa,
condivisa da vari nomi nel cinema post-pandemico, con incursioni
autobiografiche (Spielberg e “The
Fabelmans”, James Gray e “Armageddon
Time” e Tarantino e il memoir saggistico “Cinema Speculation”).
Echi delle origini ebraiche e
russo-ucraine del regista e del suo apprendistato indie di mappatura urbana
(con le riprese di “π” e “Requiem for a Dream” tra Brooklyn, Coney
Island e Brighton Beach) modulano la periferica ronde scombinata, adrenalinica
e kafkiana di Hank e sedimentano in un’articolazione d’intenti più aulica,
oltre lo svaporato e sotterraneo amarcord. Dietro la forma del racconto,
classicamente contemporanea ma anche sincopata da ellissi e frantumata
dall’incubo, si preserva infatti, con più affetto che nostalgia, una
testimonianza in fiction della New York di fine millennio, quella formativa per
Aronofsky, con i riverberi postmodernisti, la street culture, la verace fauna
umana di tanti sommersi e pochi salvati: un flow of life ormai estinto.
Nella contaminazione ironica dei
codici di genere (gangster movie, action, black comedy), forse il film
rivendica docilmente di essere solo un buddy movie, con Hank e il gatto
siberiano che deve portarsi appresso, Bud (nomen omen), entrambi menomati (al
ginocchio, alla zampa), riluttanti antieroi di un’odissea picaresca, impregnata
di voci emblematiche di quel decennio e di altre predilette ascendenze, in un
sostrato né centrifugo né ammiccante, sempre dilettevole. Sul paradigma di "Fuori orario" di Scorsese si iscrive l’acre vivacità multietnica di Spike Lee,
la narrativa di Pynchon, DeLillo ed Elmore Leonard, l’acidità punk, le venature
pulp, la lucida caoticità dei fratelli Safdie, la spazialità newyorkese dei
Coen, plumbea e rigida negli interni, ciclica e annichilente fuori, con un
felino al seguito (“A proposito di Davis”).
E l’approdo a un’Itaca non a stelle e strisce è il coronamento dell’American
Dream, ma quello dei perenni sradicati, dei dimenticati di Preston Sturges, da
cui Aronofsky, contro la sua disturbante estetica, deriva una presa registica
di lievità, deflagrante nel finale, con un’iconografia tropicale, da cartolina;
suggello disincantato o grado zero di una rinnovata maturità a venire?
Martina Volpato, Cineforum
Darren Aronofosky sorprende con una
commedia, per quanto nerissima, la prima, anche se lui stesso afferma che anche
“Mother!” lo fosse. E l’incursione
funziona, grazie soprattutto al materiale di partenza che il regista di Noah
gestisce però con mestiere e divertendosi. Una scomoda circostanza ha un ritmo
incalzante, con continui colpi di scena e personaggi tutti azzeccatissimi,
inscritti in una struttura che sa quasi di videogioco in cui confluiscono
questioni molto serie.
Il film inizia con un’immagine delle
Torri Gemelle (è ambientato nel 1998), quasi un manifesto programmatico su una
città che non esiste più, divorata dalla gentrificazione e ferita per sempre
dall’11 settembre. In questo scenario antico si muove freneticamente Hank, un
antieroe con molte macchie e una paura che progressivamente si trasforma in
incoscienza, perché non ha nulla da perdere.
Funziona tutto bene, la
progressione dell’intreccio criminale, per quanto apparentemente assurda, ha un
senso e gli incastri funzionano, come i personaggi, dal Matt Smith uscito da
due decenni prima alla coppia di killer ebrei ortodossi composta da Liev
Schreiber e Vincent D’Onofrio. Soprattutto, funziona Austin Butler, a cui il
personaggio di Hank calza a pennello, un uomo dalle molte pecche che cerca
un’estrema occasione di riscatto. Un carattere ricorrente nel cinema di
Aronofsky, da “The Wrestler” a “The Whale”. Qui lo applica a quella che
si potrebbe considerare una versione in positivo di “Requiem for a Dream” applicata alla teoria della stupidità umana
tanto cara ai fratelli Coen. Hank è un uomo che non c’era che, osando
finalmente agire, dopo essere quasi scomparso decide che è il momento di essere
qualcosa.
In tutto questo il baseball,
apparentemente un banale tormentone narrativo, entra prepotentemente nel
racconto nella sua forma più letteraria, perché Hank parte somigliando molto al
Roy Hobbs originale, quello del romanzo di Bernand Malamud da cui è tratto “Il migliore”, e si trasforma in una di
quelle figurine da collezione a cui ci si affeziona da ragazzi.
Alessandro De Simone, Ciak
DARREN ARONOFSKY
Filmografia:
π - Il
teorema del delirio (1998), Requiem for a Dream (2000), The Fountain - L'albero della vita
(2006), The Wrestler (2008), Il cigno nero (2010), Noah (2014), Madre! (2017), The Whale
(2022), Una scomoda circostanza - Caught
Stealing (2025)
Martedì 3 marzo:
100 LITRI DI BIRRA di Teemu Nikki, con Elina Knihtilä, Pirjo Lonka, Ville Tiihonen, Ria Kataja, Jakob Öhrman



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