Stagione 2025/2026 | 9 dicembre 2025
L’ORTO AMERICANO
Regia: Pupi Avati
Sceneggiatura: Pupi Avati, Tommaso Avati
Fotografia: Cesare Bastelli
Musiche: Stefano Arnaldi
Montaggio: Ivan Zuccon
Costumi: Beatrice Giannini
Scenografia: Biagio Fersini
Interpreti: Filippo Scotti (Lui),
Roberto De Francesco (Emilio Zagotto), Armando De Ceccon (Glauco Zagotto),
Chiara Caselli (Doris), Rita Tushingham (Flora), Massimo Bonetti (Presidente
della Corte d'Assise), Morena Gentile (Arianna), Mildred Gustafsson (Barbara),
Romano Reggiani (Pubblico Ministero), Holly Irgen (giudice popolare), Cesare
Cremonini (Ugo Oste)
Produzione: Antonio Avati per DueA
Film/Minerva Pictures Group
Distribuzione: 01 Distribution
Durata: 107'
Origine: Italia, 2024
Data di uscita: 6 marzo
2025
Nella Bologna degli anni '40 un giovane
mentalmente problematico con aspirazioni letterarie, dopo un semplice sguardo,
si innamora perdutamente di un'ausiliaria dell'esercito americano. Un anno
dopo, l'eccezionalità del caso farà sì che lui vada ad abitare nel Midwest
americano, proprio in una casa contigua, ma separata da un nefasto orto, a
quella in cui vive l'anziana madre della soldatessa. La donna è disperata per
la scomparsa della figlia, che dalla conclusione del conflitto, dopo aver
scritto che si sarebbe sposata con un italiano, non ha più dato notizie di sé.
Il giovane inizia così una tesissima ricerca della ragazza, che gli farà vivere
una situazione particolarmente drammatica, fino a una conclusione, in Italia,
del tutto inaspettata.
Andare a vedere “L’orto americano” di Pupi
Avati è un viaggio in un’altra era del cinema, una per molti più confortevole
di quella moderna, di certo tradizionale ma soprattutto fondata su un’idea di
cosa siano i film molto diversa da quella di oggi e che proprio per questo,
vista oggi, fa un effetto strano. La storia del film è una tra inquietudine e
emigrazione, una storia ambientata nel passato, dopo la seconda guerra
mondiale, che racconta di viaggi dall’Italia all’America come fossero viaggi
nello spazio, remoti e difficili, di grandi distanze e piccoli orrori locali.
Non stupisce che il protagonista sia l'attore che oggi è quello che più ha la
faccia del passato, Filippo Scotti, emerso con “È stata la mano di Dio”.
I film di
Pupi Avati sono sempre storie di piccole persone in piccole situazioni. Sono il
trionfo dell’ordinario, i suoi personaggi anche quando hanno caratteristiche
che li renderebbero straordinari, vivono peripezie quotidiane e vite con
intrecci che oggi chiamiamo da romanzo e ieri erano da film, cioè gli intrecci
classici delle storie e non quelli moderni e più arzigogolati che escono da
storie vere, imprevedibili, caotici e sorprendenti. I film di Pupi Avati invece
si svolgono come si svolgono i film, hanno l’arco narrativo che ci deve essere
e lo sviluppo dei personaggi che è convenzionale che ci sia. Così “L’orto americano” inizia nella maniera
più avatiana possibile: una ragazza straniera entra nel negozio di un barbiere
per chiedere delle indicazioni.
Essendo lei
americana lui l’anno dopo si trasferisce in America. E qui lo scenario comincia
a trovare una personalità. Lì in America la grande coincidenza è che il
protagonista ha come vicina di casa una donna la cui figlia pure era andata in
Italia in seguito alla seconda guerra mondiale ma non è più tornata né si hanno
sue notizie. Una dispersa. È ovviamente la ragazza dell’inizio, quella che ha
scatenato la storia. Come tutti i protagonisti dei film di Pupi Avati anche
questo è un ragazzo che osserva, guarda, fa domande, e sembra più subire gli
eventi che guidarli, attraversa il mondo mentre gli altri portano avanti la
storia.
Così
sarebbe un film simile a “Napoli New York”
di Gabriele Salvatores, altra operazione retro, che racconta di italiani in
America dopo la seconda guerra mondiale, con tutta la dovizia di convenzioni
che si conviene. La grande differenza dei film di Pupi Avati sta però nella
malinconia e nell’atteggiamento rassegnato dei protagonisti. Questo è il
gemello pessimista di quel film. E può capitare prenda la piega dell’orrore.
Era qualcosa con cui Avati aveva iniziato: fare storie spaventose e farle lì
dove il cinema italiano horror non era mai andato, nella pianura padana. Aveva
trovato un posto e dei luoghi che non erano mai stati trasformati in spaventosi
e che invece si prestavano molto. Non se n’è più separato. E così quando dopo
tanti anni di iato è tornato a fare film di paura ha ricominciato da lì, dal
locale, per espandersi.
“L’orto americano” non è propriamente un
film di paura, ma sicuramente uno di inquietudini che vengono da cose piccole,
non da grandi demoni o da maledizioni ancestrali, ma per esempio da un orto,
quello che divide la casa del protagonista da quella della sua vicina con la
figlia dispersa. Da quell’orto provengono urla di notte che non si capisce a
cosa siano dovute. Parte così la ricerca, il protagonista acquista la classica
missione e torna in Italia per trovare la ragazza di cui era innamorato e che
non si trova più. Questo viaggio di ritorno è propriamente la parte
inquietante, perché finalmente si arriva all’esplorazione delle realtà locali,
del sommerso, di quello che avviene nelle casupole.
Sembra di
capire che ad Avati, oltre alla dimensione più tradizionale possibile della
paura (il gotico), preoccupino ed inquietino le personalità da paese. Qui ci
sono due fratelli loschi per esempio, non quelle nascoste, che nessuno vede e
stanno nell’ombra ma quelle conosciute, che passano in piazza e che
potenzialmente possono nascondere mostruosità. È l’Italia di una volta, in film
di una volta, che hanno la stranissima caratteristica di non parlare del
presente. Quando vediamo film in costume quasi sempre gli eventi raccontati in
quel passato hanno un’eco presente, cioè presentano dinamiche o affrontano
questioni o temi che sono ancora attuali (si pensi a tutti i western italiani
che erano spesso sessantottini, cioè raccontavano di rivoluzioni, di classi
adulte da sovvertire, di potenti maledetti e popolazioni che si uniscono). Non
nei film di Avati, che sono fotografie del passato in cui, fieramente, accadono
cose che appartengono al passato.
Per questo
sono viaggi nel tempo, sono scatole chiuse che contengono tutto quello che si
può immaginare di un tempo che non c’è più e vogliono ignorare il fatto che
siamo in realtà in un altro presente. Non è il passato che dialoga con la
modernità, ma gli spettatori moderni che vanno lì, come osservatori, e guardano
una storia. E basta.
Gabriele
Niola, Esquire
Abile a far emergere il perturbante dietro il familiare, il gotico avatiano ha un debole per le case, i loro segreti, i loro nascondigli e spesso gioca a far rispecchiare il mondo rurale padano in quello americano, lontanissimi eppure vicinissimi. Limpida summa di tutto questo, “L’orto americano”, dall’omonimo romanzo del regista, ha per protagonista un giovane aspirante scrittore mentalmente instabile (Filippo Scotti, già alter ego sorrentiniano in “È stata la mano di Dio”, qui quasi sosia di Kafka, perfetto), invaghitosi alla fine della guerra di una bella crocerossina americana in Italia come uno dei goffi e timidi innamorati non corrisposti dell’altra metà del cinema di Avati, quella solo apparentemente in piena luce (……).
Filmografia:
https://www.cinematografo.it/cast/pupi-avati-t91o36n8
Martedì 16 dicembre 2025:
THE
BREAKING ICE di Anthony Chen, con Liu Haoran, Zhou Dongyu, Qu Chuxiao


Commenti
Posta un commento