Stagione 2025/2026 | 17 febbraio 2026
LE CITTA’ DI PIANURA
Regia:
Francesco Sossai
Sceneggiatura:
Francesco Sossai, Adriano Candiago
Fotografia:
Massimiliano Kuveiller
Montaggio:
Paolo Cottignola
Musiche: Krano
Scenografia:
Paula Meuthen
Costumi:
Ilaria Marmugi, Guillem Soler Pou
Interpreti:
Filippo Scotti (Giulio), Sergio Romano (Carlobianchi), Pierpaolo Capovilla
(Doriano), Roberto Citran (Cavalier Fadiga), Andrea Pennacchi (Genio), Simone
Bergamasco (giovane Doriano), Giulia Bertasi (Giulia Antonia), Eva Bortoluzzi
(amica di Susi), Francesco Busolin (giovane Carlobianchi), Mauro Candeago
(agente Finanza), Corrado Ciliotta (uomo della security), man Gianni Da Re
(Primo Sossai), Diego De Francesco (manager), Lorena De March (Ketj), Michele
Tito De Tomasi (Genio bambino), Lea Di Leo (Stefi - Juanita), Denis Fasolo
(Conte), Tommaso Gianesini (Piero), Ted Keijser (Tino), Krano (chitarrista),
Alex Martello (Alex), Maria Luisa Dal Molin (madre di Genio), Julia Passini
(Susi), Luca Pataro (cliente di Genio), Nicola Rossato (giovane Genio), Michele
Sbardella (Massenz), Francesco Sossai (cliente di Genio), Manlio Turrini
(Ciano), Martina Vasi (Lisa), David Vidori (uomo della security)
Produzione:
Marta Donzelli, Gregorio Paonessa, Philipp Kreuzer, Cecilia Trautvetter per
Vivo Film/Rai Cinema/Maze Pictures
Distribuzione:
Lucky Red
Durata:
98’
Origine:
Italia, 2025
Data uscita:
25 settembre 2025
Presentato al 78. Festival di Cannes (2025), Sezione “Un certain
regard”.
Carlobianchi e Doriano, due spiantati cinquantenni, hanno
un’ossessione: andare a bere l’ultimo bicchiere. Una notte, vagando in macchina
da un bar all’altro, si imbattono per caso in Giulio, un timido studente di
architettura: l’incontro con questi due improbabili mentori trasformerà
profondamente Giulio nel suo modo di vedere il mondo e l’amore, e di immaginare
il futuro.
Tre uomini e una Jaguar. Il
ragazzo, serio, colto, un po' rigido, si chiama Giulio e viene da Napoli ma non
ha l'accento. I due adulti, veneti in purezza, sono Doriano detto Dori e
Carlobianchi, tutto attaccato. Giulio studia architettura, Dori e Carlobianchi,
cinquantenni ad alto tasso alcolico, battono il Veneto su quel vecchio
macchinone di lusso comprato coi soldi di qualche affaruccio illegale quando
facevano gli operai, prima della crisi del 2008. Giulio insomma è un giovane
tutto d'un pezzo che con la regione in cui studia ha un rapporto soprattutto
culturale. Loro sono andati in frantumi tanti anni fa e rimettono insieme i
pezzi bevendo e vagando. Ma di quelle terre conoscono l'anima, i segreti, il
sottosuolo pulsante. Insomma hanno un sacco di cose da insegnare a quel
ragazzo, e così lui a loro. Anche se perché inizino a capirsi Giulio dovrà
attraversare una serie di piccole grandi prove in 48 ore di sistematica,
liberatoria, irresistibile débauche. Sì, è la struttura del “Sorpasso”, ma l'idea geniale di
Francesco Sossai (Belluno, 1989) è usarla per raccontare l'Italia di oggi
ovvero il Veneto, che con il suo impasto di passato e presente, distruzione e
mercificazione, è l'ideale per illuminare quanto resta del Belpaese. E ciò che
si agita, spesso invisibile, dentro chi ci vive. Anche perché “Le città di pianura” sviluppa
l'intuizione iniziale con una vitalità, una coerenza, un amore per i personaggi
(ergo per gli spettatori) a dir poco rara da queste parti. Questione di metodo:
il secondo film di Sossai nasce da un lento stratificarsi di vagabondaggi e
osservazioni, dunque nasconde a meraviglia mille idee dentro i suoi magnifici protagonisti.
Di metodo e di lucidità: Sossai, che nelle interviste non cita solo Ferreri,
Petri, Rosi e Lizzani, ma Celati, Ghirri, Piovene, Trevisan, sa benissimo cosa
vuole raccontare. Come sa che per farlo deve spalancare le porte
all'immaginazione trasformando le idee in volti, corpi, voci, atmosfere. Ed
ecco questo film colto e popolare, affollato e profondo, esilarante e
malinconico, come una volta. Trainato da immagini calibratissime e da tre
attori meravigliosi come l'ipnotico folk -rock -blues veneto di Krano che li
accompagna. Dei tre protagonisti infatti ci si innamora in un lampo, ma era già
una grande idea riunire un purosangue di matrice teatrale come Sergio Romano
(Carlobianchi), il frontman del Teatro degli Orrori, Pierpaolo Capovilla
(Dori), e l'ottimo Giulio/Filippo Scotti, già al centro di “È stata la mano di Dio”. Forza cinema
insomma, c'è tanto da fare: a forza di nasconderla, l'Italia è tutta da
scoprire.
Fabio Ferzetti, L’Espresso
Carlobianchi (Sergio Romano) e
Doriano (Pierpaolo Capovilla), due spiantati cinquantenni, vivono seguendo una
filosofia: andare a bere l’ultimo bicchiere. Aspettano un loro vecchio amico,
Genio (Andrea Pennacchi), di ritorno dall’Argentina, per ritrovarsi dopo tanti
anni e risolvere un piccolo conto in sospeso. Quella stessa notte, vagando in
macchina da un bar all’altro, si imbattono per caso in Giulio (Filippo Scotti),
un timido studente di architettura: l’incontro con questi due improbabili
mentori trasformerà profondamente Giulio nel suo modo di vedere il mondo e
l’amore, e di immaginare il futuro. Ovvero “Le
città di pianura”, opera seconda di Francesco Sossai a quattro anni
dall’esordio di “Altri cannibali”
(……). Parte dal vissuto personale del trentaseienne Sossai, “Le città di pianura”, a partire dall’inside
joke in apertura di racconto la cui fortuita e scherzosa omonimia è dell’autore
presenza silenziosa, sino all’intero corpo narrativo.
Su ammissione dello stesso regista,
infatti, “Le città di pianura” nasce
da un incontro fortuito avvenuto in una notte d’inverno di quasi dieci anni fa
a Venezia con un giovane studente di architettura dello IUAV. Su di esso, tutto
intorno, una raccolta di immagini e suggestioni, pezzi di dialoghi origliati al
bar e in treno, su autobus e piazze vuote, resi infine, da Sossai e il
co-sceneggiatore Adriano Candiago, un racconto totalizzante profondamente
locale, eppure sorprendentemente universale, sul cogliere l’attimo e sul tempo
della vita, o per meglio dire sui tempi della vita. Di quando tutto sembra
possibile e raggiungibile e di quando, invece, decide che non è così,
costringendo l’intera esistenza in un eterno vagare in un paesaggio che non
esiste: un’enorme infrastruttura in cui muoversi senza nessun posto dove
andare. Nel suo impianto da poeticamente scanzonato road movie nella sterminata
pianura veneta che viaggia spedito, al ritmo di una ballad, tra fiumi di birra
e cocktail di gamberi stantii, lumache in umido con polenta, strisce di cocaina
e gare rally in motoape, ricordi falsati da soggettive fantasiose e altri
vividi che odorano del vissuto del reale, Sossai racconta di sogni a occhi
aperti e altri mancati. Di iniziazioni, prime volte e ultime volte
indimenticabili, di baci idealizzati, regali improbabili e corse in treno.
Ma soprattutto dell’esperienza,
dell’importanza di sperimentare e di come la realtà renda più bello ciò che
abbiamo soltanto potuto immaginare su carta. «Non c’è mai un’altra volta» dice
una delle linee dialogiche che de “Le
città di pianura” è un po’ il cuore tematico, umano e spirituale. E se
Romano e Capovilla si segnalano in performance intense, malinconiche, spigolose
e paterne, e Scotti incarna bene nei suoi contorni caratteriali di puro talento
i panni di un figlio o forse un fratello minore a cui vorremmo dare un
consiglio affettuoso, l’inerzia del racconto e delle sue dinamiche a metà tra
il miglior Ashby dolceamaro de “L’ultima
corvée” e il sensazionale Risi de “Il
sorpasso”, finiscono con il rendere “Le
città di pianura” un film meritevole di menzione da cui è facile - e bello -
lasciarsi stregare.
Francesco Parrino,
Cinecriticaweb.it
FRANCESCO SOSSAI
Filmografia:
Altri
cannibali (2021), Le città di pianura (2025)
Martedì 24 febbraio:
UNA SCOMODA CIRCOSTANZA di Darren Aronofsky, con Austin Butler, Regina King Zoë Kravitz, Matt Smith, Liev Schreiber



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