Stagione 2025/2026 | 10 marzo 2026


 

ELISA


Regia
: Leonardo Di Costanzo
Sceneggiatura: Leonardo Di Costanzo, Bruno Oliviero, Valia Santella
Fotografia: Luca Bigazzi
Montaggio: Carlotta Cristiani
Musiche: Giorgio Matteo Oliviero
Scenografia: Luca Servino
Costumi: Bettina Pontiggia
Interpreti: Barbara Ronchi (Elisa), Roschdy Zem (Alaoui), Diego Ribon (padre), Valeria Golino (Laura), Giorgio Montanini (Radice), Hippolyte Girardot (direttore), Monica Codena (madre), Roberta Da Soller (Katia), Marco Brinzi (Franck), Nadia Kibout (Karbusi), Josépha Yang (Yang), Federico Di Costanzo (gendarme), Adeline Tayoro (Djallo), Antonio Buíl (medico), Jasmin Mattei (vicina), Roberta Fossile (giudice)
Produzione: Carlo Cresto-Dina, Manuela Melissano per Tempesta/Rai Cinema/Amka Films Productions
Distribuzione: 01 Distribution
Durata: 105’
Origine: Italia, Svizzera, 2025

Elisa, 35 anni, è in carcere da dieci anni, condannata per avere, senza motivi apparenti, ucciso la sorella maggiore e averne bruciato il cadavere. Sostiene di ricordare poco o niente del delitto, come se avesse alzato un velo di silenzio tra sé e il passato. Ma quando decide di incontrare il criminologo Alaoui e partecipare alle sue ricerche, in un dialogo teso e inesorabile i ricordi iniziano a prendere forma, e nel dolore di accettare fino in fondo la sua colpa Elisa intravede, forse, il primo passo di una possibile redenzione.
Dopo “Ariaferma”, un’altra storia carceraria per Leonardo Di Costanzo. Che però ridefinisce radicalmente l’ambientazione e l’architettura degli spazi. Se il carcere maschile di Mortana era un classico panopticon, una vecchia struttura organizzata secondo la logica della sorveglianza continua, in “Elisa” l’Istituto sperimentale di Moncaldo, in Svizzera, è un centro avanguardistico dove l’obiettivo è la riabilitazione delle detenute: spazi di lavoro comuni, piccole baite sparse sulla montagna, libertà di movimento all’aria aperta, addirittura un polo universitario. Entrambi sono istituti di detenzione immaginari, ma che, di fatto, per la loro stessa conformazione, hanno un peso determinante sulle trame di relazione e sulle traiettorie dei due film. Perché delineano due differenti spazi di azione e di scambio e, quindi, una diversa atmosfera e altre implicazioni.
 «Se “Ariaferma” era un film sulle relazioni in carcere, lasciando fuori campo i crimini commessi dai detenuti, “Elisa” è invece la storia di un percorso interiore, quello di una donna che ha compiuto un atto di estrema violenza», scrive Di Costanzo nelle note di regia, sottolineando la continuità e al tempo stesso il cambio di prospettiva tra i due film. In “Ariaferma” c’era una dimensione sospesa, di attesa quasi metafisica e la prossimità obbligata tra i detenuti e le guardie carcerarie implicava per forza di cose un carico di tensione e l’esigenza di un rapporto con l’altro. Le detenute di Moncaldo, invece, sembrano vivere una specie di esperienza cenobitica, in un monastero smarrito nel silenzio della montagna. Si fanno più ampi i margini per la solitudine e per il pensiero. E si aprono, così, le occasioni per guardare in sé stessi.
Proprio ciò di cui ha bisogno la protagonista, Elisa, che è stata condannata a vent’anni di carcere per aver ucciso la sorella maggiore e averne bruciato il cadavere. Ha già scontato dieci anni e sembra aver raggiunto un certo equilibrio. Ma la sua nuova serenità si basa su una sostanziale rimozione del passato. Del resto, il suo è un caso accertato di “amnesia”, in cui i ricordi dell’omicidio sono ridotti a pochi flash. L’incontro con il criminologo Alaoui la obbliga a riportare a galla i ricordi più dolorosi, a rivivere gli accadimenti. Puntualmente ricostruiti in una serie di flashback, che ci obbligano a un continuo dentro e fuori. Tra la realtà dei fatti e il groviglio delle emozioni, dei risentimenti e delle paure. Certo, è un percorso doloroso quello di Elisa, ma l’unico possibile per prendere coscienza delle responsabilità, affrontare i sensi di colpa e rielaborare le ombre e le ferite dell’anima.
Un percorso che, ovviamente, Leonardo Di Costanzo problematizza. Innanzitutto concentrandosi sul lato oscuro di un personaggio che sfugge agli stereotipi della devianza psicologica o sociale. E quindi su un profilo difficile da inquadrare e definire. «L’immagine che ho di lei non corrisponde a ciò che leggo sui giornali», confessa a un certo punto l’agente Radice, una guardia carceraria che sembra aver preso particolarmente a cuore Elisa. E l’interpretazione di Barbara Ronchi si carica addosso tutta questa complessità emotiva, spingendosi oltre le zone di sicurezza della lingua in tutti quegli intensi faccia a faccia con Aloui/Roschdy Zem. Ma il film si interroga anche sull’effettiva possibilità della riabilitazione, sulle ragioni delle vittime richiamate da un madre, interpretata da Valeria Golino, in cerca di risposte e di motivazioni dopo la morte del figlio massacrato da un branco di teppisti. Eppure, ogni persona è un universo a sé. Le persone… sono loro a contare per lo sguardo umano di Leonardo Di Costanzo. E il suo cinema di spazi continua a indagare la geografia delle emozioni e delle relazioni.
Aldo Spiniello, Sentieri Selvaggi

Bombardato dal dinamismo imperante, lo spettatore potrebbe perdere sé stesso. Ma ci sono registi come Leonardo Di Costanzo (……) che ricordano di non fermarsi alla semplificazione spettacolare. Di Costanzo è un cineasta che ama scavare nell’intimità dei suoi protagonisti. Li rinchiude in spazi circoscritti per analizzare il loro lato più fragile, per immergersi nella loro debolezza e riscattarla.
Elisa” è il controcanto di “Ariaferma”. Siamo anche questa volta in un carcere. Ma si è abbandonata la forma ottocentesca vicina alla dismissione del 2021, qui siamo in una prigione all’avanguardia. La differenza non è però nella struttura, ma nella relazione con la pena. In “Ariaferma” le colpe dei condannati quasi non interessavano, in “Elisa” è il crimine a essere messo al centro. C’è un gioco di interni ed esterni, in cui sono i “regolari” che vengono da fuori a essere il cardine della storia.
L’ispirazione è il libro “Io volevo ucciderla” dei criminologi Adolfo Ceretti e Lorenzo Natali. Lo scritto è un flusso di coscienza, il racconto di una donna che spiega il suo crimine efferato. A un certo punto si legge: «la violenza vive di una doppia vita, quella rilevata nell’obiettività dei tassi di omicidio e quella che scorre nell’esperienza individuale di rei e vittime». È proprio questo che interessa Di Costanzo: l’esperienza individuale.
Nel film il criminologo è solo uno, con il volto di un intenso Roschdy Zem. Davanti a lui c’è Elisa, un’ottima Barbara Ronchi (che ormai potrebbe uscire dal carcere…). Sono passati dieci anni da quando ha ucciso la sorella, ma lei dice di non ricordarsi nulla. È questo il preambolo di una lunga indagine all’interno dell’essere umano.
Come nasce la banalità del male? Dove si annida la brutalità? Sono domande complesse, che danno vita a una riflessione su chi e che cosa può essere considerato un mostro in questi tempi bui. Di Costanzo non ne fa un discorso teorico. Lo declina nella quotidianità, nella concretezza di ogni gesto. Ed è qui che il cinema si discosta dall’essere solo rappresentazione, ma diventa essenza del vissuto.
C’è un grande umanesimo in “Elisa”. La parola scritta si fa dialogo aperto, il vero dilemma è anche il perdono. Quando si guarda negli occhi il male, e se ne capisce l’origine, si può poi assolvere? La risposta è personale, in un film che affronta il trascendente e invita a non fermarsi alle apparenze.
Gian Luca Pisacane, Cinematografo.it


LEONARDO DI COSTANZO
Filmografia:
L'intervallo (2012), I ponti di Sarajevo (2014) (film collettivo), L'intrusa (2017), Ariaferma (2021), Elisa (2025)


Martedì 17 marzo:
LA VOCE DI HIND RAJAB di Kaouther Ben Hania, con Saja Kilani, Motaz Malhees, Clara Khoury, Amer Hlehel

 

 


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