Stagione 2025/2026 | 17 marzo 2026
LA VOCE DI HIND RAJAB
Titolo
originale: Ṣawt al-Hind Rajab
Regia:
Kaouther Ben Hania
Sceneggiatura:
Kaouther Ben Hania
Fotografia:
Juan Sarmiento G.
Montaggio:
Qutayba Barhamji, Maxime Mathis, Kaouther Ben Hania
Musiche:
Amin Buhafa
Scenografia:
Basim al-Marzuq
Costumi:
Khadija Zuquay
Interpreti:
Saja Kilani (Rana Hassan Faqih), Motaz Malhees (Omar A. Alqam), Amer Hlehel
(Mahdi M. Aljamal), Clara Khoury (Nisreen Jeries Qawas), Nesbat Serhan (Leila),
Ramy Brahem (assistente di Mahdi), Firas Khoury, Ali Talel Yacoub, Heba Bader,
Oday Ayoyda (volontari)
Produzione:
Nadim Shaykhruha, Odessa Rae, James Wilson per Mime Films/Tanit Films/RaeFilm
Studios/JW Films Production
Distribuzione:
I Wonder Pictures
Durata:
89’
Origine:
Tunisia, Francia, Regno Unito, U.S.A., 2025
Data
di uscita: 25 settembre 2025
29
gennaio 2024. I volontari della Mezzaluna Rossa ricevono una chiamata
d’emergenza: una bambina di sei anni, intrappolata in un’auto sotto il fuoco di
una sparatoria a Gaza, implora di essere soccorsa. In costante contatto con
lei, aggrappati alla sua voce disperata, faranno tutto il possibile per
salvarla. Il suo nome era Hind Rajab.
Striscia di Gaza, 2024. Un'auto con a bordo una famiglia
viene colpita dalle forze dell'Idf. Sopravvive solo una bambina di 6 anni che
la Mezzaluna Rossa palestinese riesce a contattare telefonicamente. Seguiamo
quindi i colloqui con Hindi, di cui ci viene restituita la voce registrata dal
centralino del pronto soccorso. Il suo destino sarà analogo a quello degli
altri occupanti dell'auto, anche a causa delle molteplici barriere che
ostacolano l'intervento dell'ambulanza che si troverebbe a poca distanza da
lei.
Kaouther Ben Hania, con il supporto produttivo di nomi come
Brad Pitt e Alfonso Cuarón, mette al centro di questo film quanto di più
anticinematografico si potrebbe pensare: una voce. È quella di Hind Rajab, che
la regista ha ascoltato mentre era indirizzata verso tutt'altro progetto e che
ha sentito come non eludibile, riflettendo su come si potesse evidenziare lo
strazio di una vita sbocciata da poco che non si è potuta salvare.
Togliamo subito dal campo delle valutazioni il sospetto che
questo film abbia un contenuto che travalica la forma. Che cioè possa essere
apprezzato per ciò che espone più che per come lo fa. Non è così. Siamo di
fronte a un cinema che mette la finzione (ricostruita su basi reali) al
servizio di una presa di coscienza che non vuole banalmente 'commuovere' quanto
piuttosto far pensare. Lo fa attraverso riprese che conservano l'unità di luogo
e di azione senza però mai cadere (neanche per un istante) nel teatro su
schermo grazie a una camera che costruisce, insieme agli straordinari
interpreti, una tensione continua.
Qualcuno lo bollerà come un film di propaganda in cui nulla
è vero. Ci pensano le immagini finali a smentire clamorosamente questa
prevedibile accusa. Si tratta invece di un film in cui, oltre alla voce reale
della bambina che per ore è stata sostenuta psicologicamente con la speranza di
poterla salvare, ci viene presentata anche l'impotenza di chi non solo non ha
potuto intervenire a tempo debito con i mezzi di soccorso a causa della
burocrazia della morte, imposta dagli occupanti, sotto le mentite spoglie dei
percorsi protetti, ma poi vi ha trovato a sua volta la morte.
Per decenni ci siamo giustamente e doverosamente commossi
dinanzi alle sofferenze patite dagli ebrei a causa del nazismo e
dell'antisemitismo. Ora qualcuno vorrebbe però impedirci di fare altrettanto
nei confronti di questa strage degli innocenti compiuta in nome della caccia ai
terroristi di Hamas, pena l'accusa di diventare a nostra volta antisemiti.
Continueremo a commuoverci davanti alle immagini della
bambina col cappottino rosso di “Schindler's
List” ma piangeremo anche per Hindi perché quando un bambino muore poco
importa se ciò accade per mano di un genocida o di un massacratore criminale. È
morto e tanto deve bastare per suscitare un senso di repulsione per chi lo ha
ucciso e chi gli ha ordinato di farlo, così come di pietà (nel senso più alto
del termine) per lui. Questo film ci aiuta a tenere viva la fiamma
dell'indignazione.
Giancarlo Zappoli, MyMovies
Se “La voce di Hind
Rajab” fosse una ricostruzione della tragedia della bambina di Gaza rimasta
bloccata per ore in una macchina crivellata di colpi dall’esercito israeliano,
tra i cadaveri dei suoi parenti e al telefono con la Mezzaluna rossa nel
disperato e inutile tentativo di farsi salvare, con un’attrice a riprodurre le
conversazioni e altri interpreti a interagire, sarebbe un’indigeribile
baracconata. E su questo, credo, saremmo tutti d’accordo. Il fatto che Kaouther
Ben Hania - non nuova a questo tipo di operazioni, vedi il precedente “Quattro figlie” - abbia usato le vere
telefonate di Hind Rajab e abbia costruito un impossibile dialogo tra lei e i
soccorritori interpretati da un cast di professionisti, salvo poi sovrapporre
ulteriormente i piani della messa in scena mostrando i veri filmati degli
operatori in quel drammatico giorno (era il 29 gennaio 2024 e il dialogo andò
avanti per ore, nell’attesa che l’IDF desse il nullaosta al passaggio di
un’ambulanza, crivellata di colpi pure quella dopo l’approvazione del
salvataggio), pone un altro tipo di problema per il cinema e il suo potere di
rappresentazione della realtà. Quelle telefonate, purtroppo, le abbiamo
ascoltate già all’epoca, le mise in circolazione la stessa Mezzaluna
palestinese per sensibilizzare, informare, testimoniare, e sono già state
ampiamente mediatizzate: non è immorale, dunque, usarle in un film; non più,
almeno, che ascoltarle in rete. Il problema non è nemmeno la mescolanza di
supporti e provenienze, perché oggi scandalizzarsi per un carrello non ha senso.
Di fronte a “La voce di Hind Rajab” -
un film semplice, sì, eppure onesto nel rivelare la sua natura - la questione
sta nel decidere cosa ancora chiediamo al cinema. Trent’anni fa, e forse per
l’ultima volta, era possibile che Angelopoulos o Kusturica ricostruissero
Sarajevo per parlare del dramma più grande del tempo: il cinema creava set
dalla realtà, e dentro vi poneva la storia. Oggi avviene il contrario: è la
realtà (di Hind, dei suoi interlocutori) a contenere il cinema (il cast di
interpreti, la costruzione narrativa in cerca del pathos), togliendogli così un
potere, una magia avrebbe detto Bergman, e costringendolo a interrogarsi sui
propri limiti. Mostrare nella stessa inquadratura la ricostruzione di una scena
reale, e attraverso uno smartphone la scena reale stessa, ha il sapore
inevitabile di una resa. Kaouther Ben Hania fa la cosa giusta, ma è come se
ammettesse di non avere armi a disposizione. Chi ne ha in fondo? Rispetto alla
tragedia che racconta, fa la sola cosa possibile: mette in chiaro le cose, le
rende leggibili, ascoltabili. Quella povera bambina terrorizzata, dopotutto,
aveva solo cinque anni! E invece di preoccuparsi come ha fatto “Il Foglio” che
a 12 anni avrebbe indossato un velo, sarebbe più giusto, oltre che umano,
rammaricarsi che sia diventata la protagonista di un film che non avrebbe
dovuto esistere. Questo è il limite del cinema (e la ragione per cui le
ricostruzioni storiche hanno sempre meno valore): stare sempre un passo
indietro.
Roberto Manassero, Film Tv
KAOUTHER BEN HANIA
Filmografia:
Shallāṭ Tūnis (2014), Zaynab takrah al-thalj
(2016), La bella e le bestie (2017), L'uomo che vendette la sua pelle
(2020), La voce di Hind Rajab (2025)
Martedì 24 marzo:



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