Stagione 2025/2026 | 14 aprile 2026
UN SEMPLICE INCIDENTE
Titolo originale: Yak taṣādof-e
sāde
Regia: Jafar Panahi
Sceneggiatura: Jafar Panahi
Fotografia: Amin Jafari
Montaggio: Amir Etminan
Scenografia: Leila Naghdi
Costumi: Leila Naghdi
Interpreti: Vahid Mobasseri (Vahid), Mariam
Afshari (Shiva), Ebrahim Azizi (Eghbal), Hadis Pakbaten (Golrokh), Majid Panahi
(Alì), Mohamad Ali Elyasmehr (Hamid), Delmaz Najafi (figlia di Eghbal),
Afssaneh Najmabadi (moglie di Eghbal), George Hashemzadeh (Salar), Omid Reza
collega di Vahid Ali Rastegari (dottore), Mohsen Maleki (guardia di sicurezza),
Amir Youssefi (addetto alla stazione di servizio), Negin Arbabi (infermiera),
Elmira Ziai Sigaroudi (infermiera di maternità), Youssef Anvari Varjavi
(farmacista), Sedigheh Sa'adati (madre di Vahid), Malineh Panahi (zia di Vahid)
Produzione: Jafar Panahi, Philippe Martin per
Jafar Panahi Productions/Les Films Pelléas/Bidibul Productions/Pio &
Co./Arte France Cinéma
Distribuzione: Lucky Red
Durata: 105’
Origine: Iran, Francia, Lussemburgo, 2025
Data di uscita: 6 novembre 2025
Padre, madre e figlioletta percorrono
di notte una strada in auto quando un cane finisce sotto le ruote. Ciò provoca
un danneggiamento al veicolo che costringe ad una sosta per la riparazione. Un
uomo che si trova sul posto riconosce nel conducente dell'auto un agente dei
servizi segreti che lo ha sottoposto a violenza in carcere. Riesce a
sequestrarlo ed è pronto a seppellirlo vivo quando gli viene il dubbio che si
tratti di uno scambio di persona...
Un’auto
investe un cane lungo una strada buia. Un banale incidente. Ma «le cose
accadono perché Dio vuole che accadano», dice la moglie dell’uomo che sta
guidando. Il caso, probabilmente, non esiste. La traiettoria delle cose si
dipana secondo un’intima necessità. E così, subito dopo, il meccanico Vahid
crede di riconoscere Eghbal, detto Gamba di legno, il più feroce e crudele tra
gli agenti da cui aveva subito abusi durante la detenzione per motivi politici.
È il suono dei passi a metterlo in allerta, il rumore sordo di una gamba finta.
Ma non avendo mai visto in faccia l’uomo, ha bisogno di conferme. Parte così
alla ricerca di altre persone in grado di identificarlo con certezza.
“Un semplice incidente” è un film secco,
essenziale, teso come una corda, in cui Jafar Panahi rinuncia a mostrarsi in
prima persona, come aveva fatto in tutti gli ultimi lavori. Resistendo così alla
tentazione di far della propria vicenda di oppositore un esempio di martirio.
Così come mette da parte l’evidenza teorica del suo cinema. Per ritornare,
invece, a quella linea del cinema iraniano che lui stesso ha contribuito a
tracciare a costruire, quella capace di costruire il discorso politico a
partire dal caso minimo, di risalire dall’accidente al generale. E così delinea
una parabola limpida che ragiona sulle conseguenze della repressione politica,
sulle sofferenze che non si alleviano, sull’inestinguibile sensazione di
terrore che nasce dalla violenza subita. E sul confine tra vittime e carnefici
che rischia di diventare troppo sottile per colpa dell’odio. In fondo, “Un semplice incidente” risponde a una
duplice esigenza. Da un lato istituisce un processo inappellabile alle pratiche
feroci del regime iraniano e alle follie dell’applicazione della sharia. In cui
non c’è spazio per prove a discarico o attenuanti. L’orrore rimane tale. E
chiunque lo compia, non può nascondersi dietro l’obbedienza all’autorità, la
fede in uno Stato o in una religione. D’altro canto, sembra raccontare una
specie di analisi di gruppo, tutte le incertezze e i tormenti di un processo di
catarsi dal terrore e dal risentimento. Perché la liberazione possa davvero
compiersi.
Se
l’approccio di Jafar Panahi sembra perdere in complessità e in stratificazione,
mantiene intatta la sua urgenza. Anzi acquista in nettezza e definizione. E
seppure nei suoi eterni, irrequieti movimenti da road movie, che sia un’auto o
un furgone poco importa, riesce a trovare momenti ironici, di distensione, di
tenerezza (tutta la scena in ospedale), anche se a tratti suggerisce accenti
teatrali, sprigiona una potenza reale, agghiacciante. Quella che, ad esempio,
manca all’ultimo Mohammad Rasoulof, troppo concentrato sul funzionamento dei
meccanismi narrativi e sull’esplicitazione della metafora. In questo cinema,
invece, è tutto concreto, anche ciò che non si vede e non si riconosce. E,
forse, non c’è mai davvero possibilità di pace o riconciliazione. L’eco della
paura non si estingue. Anche se non ha forma e non ha volta, basta un suono di
passi a farla risuonare.
Aldo
Spiniello, Sentieri Selvaggi
Un
uomo comune, sopravvissuto a stento alle feroci carceri di regime dov'era
finito quasi per caso, crede di riconoscere in uno sconosciuto la voce del suo
torturatore (e la gamba artificiale che si trascina rumorosamente). Quindi lo
aggredisce, lo lega, lo imbavaglia, sta per seppellirlo vivo. Ma è colto da un
dubbio: e se non fosse lui? Potremmo essere ovunque, in Asia come in Russia o
in America Latina. Ma siamo in Iran, anzi siamo in un film di Jafar Panahi, il
regista del geniale “Taxi Teheran”,
girato (e interpretato) clandestinamente dopo essere stato condannato a non
lavorare per vent'anni, poi del vertiginoso “Gli orsi non esistono” (idem), ancor prima del magnifico “Oro rosso” e di molto altro. Dunque “Un semplice incidente” non prenderà
nessuna direzione prevedibile, o forse le imboccherà tutte aggiungendone altre
e mescolando i toni per spiazzarci fino alla fine. Con uno stile più diretto,
meno sofisticato e meta -cinematografico del solito, ma con una capacità di
turbare e a tratti perfino di divertire che non esclude il dubbio, l'angoscia,
lo smarrimento. Perché Panahi non è stato solo ai domiciliari, è stato
arrestato più volte e anche se non ha subìto le torture e gli orrori toccati ai
suoi personaggi, sa bene di cosa parla («Quando sono uscito dal carcere la
seconda volta, sentivo il dovere di fare un film per le persone che avevo
incontrato dietro le sbarre. Glielo dovevo»). Dunque approfitta di quel
variegato gruppetto di vittime che presto si unisce al protagonista allo scopo
di farsi in qualche modo giustizia, per allestire, tra commedia nera e Teatro
dell'Assurdo, una specie di tribunale del popolo ambulante. Che non solo fa
affiorare i diversi strati politici e sociali colpiti dalla brutalità del
regime, con relative divisioni intestine, tracciando un quadro della rivolta
iraniana più ampio ed esplicito di quanto non si sia forse mai visto. Ma
disegna una serie di opzioni morali che passando attraverso mille peripezie
compiono un percorso inverso. Non saranno le vittime a perdere la propria
umanità, segnando in modo definitivo la loro sconfitta. Sarà il sospetto
persecutore a riacquistare la propria. Anche se solo per un attimo - e per
interposta maternità, non diremo altro. Le donne del resto, a capo coperto o
meno (una novità per l'Iran), sono il centro segreto di un film che salda pietà
e brutalità in due facce interconnesse come un nastro di Moebius. Palma d'oro a
Cannes. Nonché candidato dalla. Francia a concorrere agli Oscar. Anche questa è
una prima volta.
Fabio
Ferzetti, L’Espresso
JAFAR
PANAHI
Filmografia:
Il palloncino bianco (1995), Lo specchio (1997), Il
cerchio (2000), Oro rosso (2003),
Offside (2006), In film nist (2011), Parde
(2013), Taxi Teheran (2015), Tre volti (2018), Gli orsi non esistono (2022), Un
semplice incidente (2025)
Martedì 21 aprile:
GIOIA MIA, di Margherita Spampinato, con Marco Fiore, Aurora Quattrocchi, Martina
Ziami, Camille Dugay Comencini



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