Stagione 2025/2026 | 21 aprile 2026


GIOIA MIA



Regia
: Margherita Spampinato
Sceneggiatura: Margherita Spampinato
Fotografia: Claudio Cofrancesco
Montaggio: Margherita Spampinato, Davide Cuccurugnani
Musiche: Alice Zecchinelli
Costumi: Daniela Virgilio, Giovanni Schiera
Interpreti: Marco Fiore (Nico), Aurora Quattrocchi (Gela), Martina Ziami (Rosa), Camille Dugay Comencini (Violetta), Concetta Ingrassia (Mariula), King (Frank), Renata Sajeva (Lia), Clara Salvo (Masuccia)
Produzione: Gianluca Arcopinto, Alessio Pasqua, Benedetta Scagnelli per Yagi Media
Distribuzione: Fandango
Durata: 90’
Origine: Italia, 2025
Data di uscita: 11 dicembre 2025
Premio speciale della giuria Ciné+, Pardo per la migliore interpretazione (Aurora Quattrocchi) in 'Cineasti del presente' al 78° Festival di Locarno (2025)

N
ico, un bambino vivace, scontroso e impertinente, cresciuto in una famiglia laica, in un mondo moderno, tecnologico e iperconnesso, è costretto a passare l’estate in Sicilia, ospite di un’anziana zia, signorina religiosissima e scorbutica che vive sola, in un antico palazzo pieno di leggende e superstizioni, senza wi-fi né elettrodomestici, senza nessun tipo di tecnologia, completamente fuori dal tempo. La zia lo accoglie con fastidio, cerca di inserirlo con prepotenza nel suo mondo popolato da angeli e spiriti, dominato da un senso magico della religione. Lo scontro tra modernità e passato, tra ragione e religione, tra velocità e lentezza, segna l’inizio del loro burrascoso rapporto. Eppure pian piano, nasce un legame profondo di cui entrambi non sapevano di avere bisogno.
Nico è un bambino di oggi, dipendente dal telefono e con lo smalto sulle unghie. All'improvviso viene strappato al suo mondo "del nord" per passare un mese d'estate in Sicilia, in compagnia di un'anziana zia, Gela. A casa della donna non c'è il wifi né l'aria condizionata, e si mangiano prelibatezze a cui il suo palato non è ancora pronto. Ci sono solo i giochi di carte, l'adorabile cagnolino Frank, e un condominio intero popolato di nonne e nipoti, più forse qualche spirito che abita gli appartamenti all'ultimo piano ed è causa di strani rumori. Nico e Gela, ognuno radicato nelle proprie certezze ma con dolori simili nel cuore, dovranno pian piano cercare un linguaggio comune.
Prima volta nel lungometraggio per Margherita Spampinato, che con autoriale dolcezza scrive, dirige e monta un omaggio all'arcano mondo delle nonne, come ce lo ricordiamo tutti nella nostra memoria infantile.
Dal momento in cui bisogna inventarsi di tutto per non accompagnarle a messa, passando per i salotti con le tapparelle sempre chiuse, fino alle raccomandazioni sul fazzoletto da portarsi sempre dietro per giocare in cortile.
Gela e Nico non sono esattamente nonna e nipote, ma proprio per questo riescono a isolare e incarnare ancora meglio la dinamica di estrema differenza e di grande vicinanza che si crea in quel rapporto. È un film nostalgico, che guarda a un milieu classico come la proverbiale “estate italiana”, che forse non esiste più se non filtrata attraverso l'immaginario collettivo.
Spampinato scrive e mette in scena per archetipi e chiare opposizioni, senza troppe sfumature, ma è una semplicità che ben si presta a una storia lineare fatta di pochi elementi, seppur tutti profondamente sentiti.
Con la limpidezza di un apologo ben riuscito, la regista avvicina una lente d'ingrandimento emotiva al trauma dei due personaggi principali, uno radicato nel passato e l'altro (il distacco dalla babysitter prediletta) che brucia di un dolore molto presente. È un elemento drammatico che il film prende ammirevolmente sul serio, ingigantendolo come se lo spettatore stesso ci fosse dentro. Al tempo stesso lo circonda di elementi di commedia, soprattutto grazie al colore dei personaggi di contorno e al forte senso di luogo legato alla verticalità del palazzo, nonché alle note da romanzo di formazione, con il piccolo (e iper-consapevole) Nico alla ricerca di un'inevitabile sintesi culturale e personale.
Avendo lavorato in passato come responsabile casting, Spampinato va sul sicuro e si affida al volto iconico di Aurora Quattrocchi per la sua Gela, dandole subito un'implicita e magnetica autorevolezza contro cui il Nico del giovane Marco Fiore può andare dritto a scontrarsi. La fotografia calda cattura una Sicilia d'interni torrida ma raffinata, che sul finale si apre a una liberatoria partita a nascondino - come tutto ciò che l'ha preceduta, anche quest'ultima ci restituisce un senso di autenticità, fedele tanto ai nostri ricordi quanto ai nostri sentimenti.
Tommaso Tocci, MyMovies.it

Un film che sembra provenire dal nulla, come da una frattura spazio-temporale, come se fosse stato dimenticato nelle pieghe della memoria di un sentire (apparentemente) lontano, e ora miracolosamente tornato alla luce. Un film realizzato in autonomia piena, economizzando mezzi e risorse, riuscendo in un’impresa a dir poco impossibile.
Margherita Spampinato, in questo suo esordio, evidenzia una consapevolezza narrativa e formale notevolissima. Nel raccontare la storia di un bambino lasciato alle cure della nonna (la meravigliosa Aurora Quattrocchi che riesce nell’impresa di non sembrare l’immensa professionista che è), la regista crea uno spazio fantastico, ritagliato fra gli angoli e gli anfratti dei lunghi pomeriggi caldissimi e silenziosi (la famigerata “controra”, spauracchio delle agognatissime estati), calati in una penombra costante, come un teatro delle ombre.
Nel dare vita allo spazio dialettico necessario al romanzo di formazione - senza cedere alla tentazione di sovrascrivere la traccia della sceneggiatura - la regista plasma uno spazio di scoperta dove si confrontano due solitudini, quella pulsionale del bambino che sta per diventare un adolescente e che la scoperta di dovere essere sufficiente a sé stesso rende una macchina celibe comunque in cerca di uno sguardo che gli confermi il suo sentire, e quella di una donna che nell’osservarsi attraverso un altro sguardo, esterno, scopre d’essere tornata bambina.
Ed è in questo danzare sottile e impercettibile che si origina fra queste due solitudini, una aurorale e l’altra al tramonto, che la regista rivela la leggerezza del suo filmare e una tenerezza schietta, primordiale, non viziata da sentimentalismi o proiezioni esterne.
Come se la regista avesse trovato la chiave di volta per accedere al rancore verso il mondo degli adulti di De Sica, incapaci di essere un modello per i bambini (che ci guardano sempre), e la tenerezza politica, di classe, di un Comencini che ai bambini conferisce sempre una dimensione politica. Ed è nello scoprirsi di uno spazio domestico, che diventa un covo di fantasmi o un nido di pirati da popolare, attraversato dalle fitte dolceamare delle stille di un amore ancora non individuato come tale, che “Gioia mia” si manifesta come opera pienamente compiuta, come una piccola e discreta musica da camera che sembra giungere da lontano, come da una finestra aperta qualche strada più in là, che riesce a incrinare equilibri dati per acquisiti (ossia l’immutabilità delle possibilità di rappresentazione delle relazioni intergenerazionali). In uno spazio temporaneamente occupato da bambini e da anziani, dove i cosiddetti adulti sono assenti, riaffiora discreta la possibilità di un altro patto sociale.
A misura di essere umani e di solitudini che s’incontrano e si tendono la mano perché riescono finalmente a vedersi. Facilissimo sbagliare misura, attacco di montaggio, profondità di campo, luce e inquadratura con una materia tanto complessa da gestire. Eppure, Margherita Spampinato, in mirabile equilibrio, fa vivere i corpi e gli spazi, e in questa - virgolette d’obbligo - “semplice” rivelazione trovare la misura, impeccabile, del suo film. “Gioia mia” ci presenta dunque una regista già pienamente in possesso dei suoi mezzi espressivi. Ed è con gioia, nostra, che accogliamo questa promessa.
Giona Antonio Nazzaro, Il Manifesto

MARGHERITA SPAMPINATO
Filmografia:
Gioia mia (2025)

Martedì 28 aprile:
GIOVANI MADRI di Jean-Pierre Dardenne, Luc Dardenne, con Babette Verbeek, Elsa Houben, Janaina Halloy Fokan, Lucie Laruelle, Samia Hilmi

 

 

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